1983

Il 1983 si aprì con un dilemma. Avevo avuto tre proposte di lavoro, che dettero una forte spinta alla mia autostima ma mi posero difronte ad una scelta.
Una compagnia romana metteva in scena La vita è sogno di Calderon della Barca, un testo che amavo moltissimo, ma il gruppo artistico non era di grande qualità. Dal Teatro Stabile di Catania mi chiesero se ero libera per uno spettacolo con Turi Ferro, ma il ruolo era davvero molto piccolo. Infine la compagnia di Elsa de’ Giorgi cercava una cooprotagonista per un testo poco conosciuto di Carlo Goldoni dal titolo Torquato Tasso.

Decisi per quest’ultima occasione. Elsa de’ Giorgi era stata un’attrice di cinema degli anni ’30 e ’40 che diventò molto famosa lavorando con grandi registi durante il periodo fascista. Ma era anche una donna intelligente e intellettuale. Aveva scritto diversi libri a partire dagli anni ’50. E sapevo che aveva avuto una storia d’amore molto appassionata con Italo Calvino, conosciuto a Roma nel suo salotto in cui riuniva scrittori come Alberto Moravia, Elio Pecora, Alberto Savinio, Pier Paolo Pasolini o artisti come Carlo Levi, Leoncillo o Adriana Pincherle, che la ritrassero nelle loro opere.
Mi pareva interessante conoscerla e lavorare con lei come regista. E poi si chiamava Elsa come me.

Elsa Agalbato, Torquato Tasso, Teatro Centrale, Roma,1983

Il testo era piuttosto complesso, tutto in versi, e la storia altrettanto faticosa. Debuttammo al Teatro Centrale e alla prima venne moltissima gente e molti critici teatrali, ma le recensioni non furono eccellenti. Ne fui un po’ delusa, mi aspettavo di più. Portammo lo spettacolo in una breve tournée e poi non rividi più Elsa ma ebbi in regalo un bigliettino, firmato da lei, con una dedica e un piccolo quadrifoglio.

Nell’estate del 1983 girai una delle prime serie televisive prodotte da RAIDUE. S’intitolava TIR, con Philippe Leroy protagonista. La storia era curiosa.
I personaggi principali erano due giovani camionisti, il cui capo era Philippe, che andavano in giro per l’Europa con i loro camion imbattendosi in varie avventure. Io interpretavo la segretaria del capo che stava stabilmente a Vipiteno, località dell’Alto Adige al confine con l’Austria, in cui i camionisti di tutta Europa fanno una sosta per poi proseguire verso le loro varie destinazioni.

Incontrai Philippe Leroy sul treno che ci portava da Roma a Vipiteno. Lui era molto stanco, appena uscito da una polmonite, e ricordo che era preoccupato per l’aria condizionata troppo alta. Facemmo subito amicizia. E durante la lavorazione del film andavamo spesso a cena insieme. Mi raccontava della sua vita di attore ma anche che, negli anni ’50, si era arruolato come paracadutista nell’esercito francese per combattere in Indocina e persino nella guerra d’Algeria. Mi parve una persona interessante e avventurosa, ancora atletico nonostante i suoi 53 anni. Fu divertente lavorare con lui e con gli altri ragazzi della troupe.

Tutti i giorni andavamo alla dogana di Vipiteno e ci trovavamo accanto ai camionisti autentici, uomini che non avevo veramente mai visto da vicino. Dei giganti, con braccia muscolose, ovviamente tatuate, che seduti alla mensa mangiavano a quattro ganasce, bevevano birra in grande quantità e parlando usavano un tono di voce altissimo, per cui nel grande spazio era praticamente impossibile sentire cosa dicesse la persona seduta accanto. Anche noi mangiavamo con loro e quando era possibile chiedevamo qualche informazione sulla loro vita. Ricordo che quasi tutti i giorni passava un frate, con sandali e saio, che diceva qualche preghiera per loro e distribuiva del santini di San Cristoforo, protettore di tutti coloro che viaggiano e dunque anche dei camionisti. Anch’io ebbi il mio santino che conservo ancora. Dopo il pranzo tutti riprendevano il cammino e il giorno dopo ne arrivavano altri.

Ricordo che il luogo, con le montagne intorno, era splendido, le Alpi svettavano offrendo panorami fantastici. Quando non lavoravo mi mettevo le scarpe da ginnastica e andavo a fare splendide passeggiate davvero indimenticabili.