Siracusa era magnifica in uno splendido aprile del 1982. Fiori gialli punteggiavano la costa che scendeva fino al mare. Ero molto emozionata all’idea di essere là e di lavorare per la prima volta al teatro greco. Tutto mi appariva perfetto. Sapevo che avrei incontrato molte altre attrici (trentadue per l’esattezza) ma soprattutto mi entusiasmava il fatto di confrontarmi con un importante regista cecoslovacco, una specie di monumento del teatro europeo, Otomar Krejča, ovviamente della scuola di Stanislavskij. Ero convinta quindi che avrei approfondito ulteriormente l’arte del recitare, alla luce dei suoi insegnamenti, e che sarebbe stata un’esperienza indimenticabile. E infatti lo fu.

Dovevamo mettere in scena Le Supplici di Eschilo, una tragedia con un coro femminile protagonista. Per questo eravamo trentadue donne, di età e formazione differente. E tutte proiettate a suscitare interesse nel grande regista.
Le parti maschili furono affidate affidate ad Arnoldo Foa’ e a Massimo de Francovich.
Si tratta di un testo in cui le donne predominano ed esprimono un forte senso di solidarietà tra loro.
Infatti, le trentadue figlie del re Danao che si erano rifiutate categoricamente di accettare un matrimonio con i loro cugini, fuggono dall’Egitto e giungono ad Argo il cui re era Pelasgo. Le danaidi gli narrano la loro storia e lo implorano, lo supplicano (da cui il titolo) di essere accolte e difese secondo le leggi dell’ospitalità. Pelasgo decide di aiutarle e quando giungono i cugini egizi arroganti e violenti, interviene con le armi e impedisce il rapimento delle donne. Le Supplici così entrano ad Argo vittoriose, con un inno di lode per la città, felici di aver sconfitto gli odiati cugini.
Ecco, ci trovavamo difronte ad un forte impegno, dovevamo essere tutte unite contro il maschio prevaricatore. Ma in realtà non fu esattamente così.
Durante le prove dello spettacolo le lotte interne si scatenarono dopo pochi giorni, non appena fu chiaro che il regista era intenzionato a trattare tutte le attrici alla stessa maniera, senza attribuire particolare attenzione all’una o all’altra, sebbene non mancassero atti esibizionistici da parte di alcune di cui preferisco tacere. Tra noi c’erano in effetti attrici di lunga esperienza come Francesca Benedetti, Elena Croce, Anna Teresa Rossini, Norma Martelli, Raffaella Azim, Lilli Tirinnanzi, Maria Grazia Bon.
Il colmo della rabbia fu quando ci fecero provare i costumi, tutti rigorosamente uguali. Splendidi però. Indossavamo tuniche di lana colorata intrecciata con pelle naturale. In testa portavamo parrucche con capelli di lana, neri, lunghi e pesanti. Non solo, senza alcuna distinzione, dovevamo portare una maschera di lattice sul viso che lasciava visibili solo occhi e bocca. Una vera tragedia! La sommossa serpeggiava sempre più. Alcune pensarono allora di alzare il tono di voce per emergere, ma invano. Il regista stroncava ogni tentativo. Arnoldo Foa’, nel ruolo del padre Danao, durante i nostri interventi, esasperato, dormicchiava, mentre De Francovich, con grande professionalità, ripassava la parte attentamente.
Il tutto fu condito da un clima straordinariamente caldo per la stagione, tra maggio e giugno vi furono punte di oltre quaranta gradi e, sia durante le prove che durante le repliche, ogni tanto, qualche supplice cadeva giù a terra, svenuta come una candela sciolta.
Comunque alla fine fu uno spettacolo molto bello e molto applaudito. Il teatro era sempre gremito.
Non posso dimenticare l’emozione di entrare in scena tutte insieme, correndo, saltando tra le grandi pietre del teatro, con in braccio folti rami di ulivo, inneggiando agli dei. Il suono delle nostre voci che saliva all’unisono, dalla cavea verso l’alto, era una melodia che aleggiava in tutto il teatro. Il pubblico ne era subito stregato.
Fu davvero una storia indimenticabile, anche perché, in tutta questa baraonda di rivalità, e dispetti, nonostante tutto, nacquero proprio lì alcune belle amicizie che ancora oggi vivono con affetto e complicità.


A settembre dello stesso anno fui scritturata in una produzione della RAI per un film dal titolo Gelsomini d’Arabia.
Già allora i primi migranti arrivavano in Sicilia dai paesi magrebini suscitando diffidenza e pregiudizi negli abitanti delle città siciliane. E il film, una storia d’amore tra un ragazza siciliana e un tunisino, puntava proprio sulla difficoltà d’inserimento di molti giovani in una società ancora chiusa e un po’ retrograda.
Mi piacque molto ritrovarmi a recitare ancora in Sicilia, a Mazzara del Vallo, dove giunsi dopo un viaggio in treno da Trapani su una vecchia ferrovia, con un solo binario, costeggiando i campi e il mare come in un secolo lontano. Ricordo ancora la giornata di sole e la luce che si spargeva potente intorno. I finestrini spalancati ci facevano respirare un po’ per il caldo afoso di una giornata settembrina portandoci i profumi essenziali della campagna. Ero insieme a Marcello Modugno, figlio del famoso Domenico, che aveva anche lui un ruolo nel film. Eravamo sbalorditi, ma piacevolmente inebriati, da questo mondo antico che appariva per noi come in un racconto pirandelliano.
