
Verso la fine degli anni ’70 pensai d’iscrivermi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” a Roma perché volevo approfondire i miei studi di recitazione. Ma la mia famiglia m’impose di finire l’università. Mi si presentò allora l’occasione di partecipare ai provini che Luca Ronconi avrebbe fatto al Fabbricone di Prato, per la realizzazione di uno laboratorio teatrale che avrebbe condotto allo spettacolo Le Baccanti di Euripide. Era il 1978. Affrontai l’audizione, con l’amico Massimo Masini, preparata dai registi fiorentini Andrea e Antonio Frazzi. Ronconi fu molto colpito dalle nostre capacità espressive e ci scelse subito per partecipare al progetto. Ma, poco prima d’iniziare il laboratorio, avvenne qualcosa di strano ed ebbi la comunicazione che altri ragazzi avevano preso il nostro posto. Fu una forte delusione per me, e cominciai a capire che la lotta era dura e molti erano gli avversari.
Ma non mi detti per vinta, cominciai a seguire delle lezioni con Nella Bonora, un’attrice, già anziana, che aveva fatto molto teatro negli anni ’40, e dagli anni ’50 era stata una delle voci più amate dal pubblico radiofonico facendo parte della Compagnia di prosa di Radio Firenze. Fu un incontro quasi spirituale con lei, e ricordo che dopo qualche lezione, con molta grazia, mi disse” Tu hai una bella voce, con un’autenticità e dei toni speciali da sviluppare. Lavora in questa direzione e tutto il resto verrà da sé”.
Poco dopo, agli inizi degli anni ’80, Orazio Costa, maestro dell’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, diresse a Firenze i corsi del Centro di Avviamento all’Espressione. Per un anno ne feci parte entusiasta. Si aprì così per me un nuovo modo d’intendere l’arte della recitazione tutto basato sulla mimesi e sul coinvolgimento tra corpo e anima dell’attore. Orazio Costa diceva:
La voce con la sua grana e le sue variabili, è il più intimo veicolo della personalità….Se sapete che il vostro strumento siete voi stessi, conoscete anzitutto il vostro strumento, consapevoli che è lo stesso strumento che danza, che canta, che inventa parole e crea sentimenti. Ma curatelo come l’atleta, come l’acrobata, come il cantante; assistetelo con tutta la vostra anima, nutritelo di cibo parcamente, ma senza misura corroboratelo di forza, di agilità, di rapidità, di canto, di danza, di poesia e di poesia e di poesia.
Alcune letture di testi letterari presentati dal Centro MIM, al Gabinetto Viessieux a Palazzo Strozzi di Firenze, mi fecero misurare quindi con la mia capacità di esprimermi attraverso la voce. Imparai ad usarla sempre più come uno strumento musicale, con note diverse, colori, pathos facendola vibrare nel corpo, per far arrivare i testi alla profonda comprensione del pubblico e cercando sempre il suono autentico della parola emessa.
Il mio interesse per il lavoro sulla voce prendeva sempre più spazio.
Nell’autunno del 1981, dopo essermi laureata in Lingua e Letteratura Francese con una tesi su Alfred Jarry, decisi di trasferirmi a Roma e affrontare il teatro come vera e propria professione. Firenze non offriva molto lavoro nell’ambito teatrale, né tantomeno televisivo o cinematografico. A Roma invece c’erano le così dette cantine in cui si producevano spettacoli sperimentali, c’erano importanti produzioni teatrali nei grandi teatri, c’erano le case cinematografiche, e poi c’era la RAI che all’epoca utilizzava molto gli attori teatrali.
Una delle prime cose da fare fu avere delle belle fotografie da portare ai provini.
Su consiglio di amici mi rivolsi ad uno dei fotografi di attori e di spettacoli più conosciuto a Roma: Marcello Norberth.
Non avevo idea di come posare, Marcello con grande sensibilità, mi aiutò moltissimo. E credo che nei vari servizi quelle foto rivelino abbastanza bene il mio carattere e le potenzialità espressive che avevo in me, anche se ancora non me rendevo conto pienamente.
Foto di Marcello Norberth
Parlai con un’agente che avrebbe potuto procurarmi delle audizioni per cinema e TV. In realtà mi procurò soprattutto provini di pubblicità che io, integerrima, non volevo fare. Mi sembrava che non fosse edificante per una seria attrice di teatro girare uno spot per un detersivo o una scatola di biscotti. Dunque, con varie scuse, declinavo l’invito.
Con determinazione e entusiasmo cominciai a portare curriculum e foto nelle varie produzioni di cui venivo a conoscenza attraverso i pochi amici attori e attrici che avevo a Roma.
Nel frattempo feci soprattutto alcuni provini di doppiaggio. Ricordo il primo in particolare.
Era alla S.A.S la storica società di Attori Sincronizzatori, nata alla fine degli anni’50, in cui lavorarono attori come Giulio Bosetti, Omero Antonutti, Anita Bertolucci e molti altri attori di teatro. Fu il doppiatore e direttore del doppiaggio Bruno Alessandro che mi fece il provino. Ero un po’ tesa perché era tutto nuovo per me. Dovevo sentire in cuffia l’originale del film e, seguendo il copione, cercare di recitare imitando il ritmo esatto dell’attrice sullo schermo. Il pezzo non era molto lungo, una pagina mi pare, ma alla fine ero davvero stordita. La reazione molto positiva di Bruno però mi tranquillizzò. Mi disse che avevo una voce molto interessante e che avevo preso molto bene il sinc. Da quel momento, con mia grande soddisfazione, fui chiamata spesso per doppiare alla S.A.S. Allo stesso tempo mi resi conto che non volevo fare esclusivamente la doppiatrice, il mio amore continuava ad essere il teatro.











